SIMONE DE BOSIO
Replies: 1
SIMONE DE BOSIO
Simone De Bosio (1590 ca-?)
Figlio di
Padre di Antonio
Marito di
Di lui non si sa quasi nulla, se non che è i primo Bosi o Bosio di cui ci sia rimasta traccia.
Antonio Bosio (1620 ca-?)
Figlio di Simone
Padre di Domenico
Marito di
Domenico Bosio (1650 ca-?)
Figlio di Antonio
Padre di Angiolo
Marito di
Angiolo Bosio (1690 ca-?)
Figlio di Domenico Bosio
Padre di Michele (1729), Margherita Maria (1737-?), Francesca (1739-?), Angela (1742-?), Don Giovanni Battista (1735-1817), Don Stefano (1714-1795), Don Francesco (1721, 1798)
Marito di Domenica Tomaselli, Giovanna De Maestri
Michele Bosio (1729-?)
Figlio di Angiolo Bosio e Domenica Tommaselli
Padre di Antonio (1775-?), Don Angelo (1773-1829), Don Lodovico (1760-1839),Don Giuseppe Carlo (1768-1848), Celestino (1782-?)
Marito di Rosa Grilli
Michele Bosio fu sergente della Compagnia della Chiusa di Borgo Val di Taro per 25 anni. Come conseguenza dei 3 zii preti e dei tre fratelli preti la sua vita fu consistentemente interessata dai legami con la chiesa. Nell'attuale chiesa di Albareto si conserva ancora un altare in legno dorato frutto di quegli anni. L'altare era gia' presente nella chiesa cinquecentesca ma venne mantenuto, in posizione secondaria, nell'attuale chiesa eretta nel 1857 con la collaborazione di un suo nipote (Domenico). E' tuttora visibile.
Michele fu probabilmente colui che decise di trasferire la famiglia dall'antica e originaria dimora di case Bosini (gia' ca' de Bosio) nella piu' recente casa del Gazzo. Il trasferimento dovette avvenire verso la meta' del '700. Particolarmente importante dovette essere il suo legame con lo zio, Don Stefano, rettore di Albareto e con il fratello Don Lodovico.
Antonio Bosio (1775-?)
Figlio di Michele Bosi
Padre di Domenico, Maria Anna, Catterina Luigia Celestina Angela,Lucia Dorotea, Catterina, Giuseppe Michele Angelo (1822-?)
Marito di Angela Gennari (1783-?) di Giuseppe
Di lui sa solo che fu nominato esattore aggiunto delle tasse durante la
dominazione francese (1800-1815).
Vittorio Domenico Cirillo Bosi (1810-1874)
Figlio di Antonio Bosi, Angela di Giuseppe Gennari
Padre di Tarquinio, Giuseppe, Don Remigio, Don Emilio, Don Giulio, Suor Marta Suor Rita, Maria, Angiolina, Rachele, Diomede, Clelia, Filomena, Germano, Damelia, (6 figli morti prematuri), etc. etc.
Marito di Santa Gandolfi di Michele Gandolfi e Rosa Mussi
Vittorio Domenico Cirillo Bosi nacque ad Albareto il 6 Agosto 1810 da Antonio Bosi e da Angela di Giuseppe Gennari. Sappiamo che fu una persona dalla corporatura robusta che non disdegnava di seguire i propri affari anche quando questi comportavano faticose e impegnative trasferte attraverso i valichi appenninici. Si sposò con Santa Gandolfi nel 1840 all’età di 30 anni ed ebbe, nel corso della vita, 14 figli viventi (22 in tutto). Di lui c’è rimasto solo un ritratto, anche se, sparse e dimenticate in qualche cassetto, sembra esistano alcune fotografie, e un suo diario di un certo interesse dal nome suggestivo di "Memoria di Cose Alquanto Straordinarie". Era una persona di discreta cultura non si sa se conseguita tramite un regolare corso di studi o se privatamente, grazie a qualche precettore familiare. Nominato a capo di numerosi comitati per il bene pubblico manifestò sempre una curiosità innata per lo straordinario e la natura in genere abbinandovi però una solida impostazione pratica. Sappiamo che fu eletto sindaco del comune di Albareto nel 1837, a soli 27 anni. La sua particolare longevità politica è significativa così come la giovinezza, piuttosto inusuale all’epoca, con cui accedette a tale carica. Del resto possiamo immaginare che fosse aiutato, nei primi passi, lui figlio primogenito, da una famiglia che contò, in tre generazioni, più di 10 preti (Don Lodovico, Don Giovanni Battista, Don Giuseppe Carlo arciprete di S.Benedetto di Pontolo, Don Emilio, Don Remigio, Don Diomede, Don Giulio, Don Stefano, Don Francesco, Don Angelo, etc.) e diverse suore e ordinate. Ricoprì diverse volte la carica di sindaco del comune di Albareto, nonché di podestà , sotto Maria Luigia finché, in un anno imprecisato ma precedente al 1848, incorse in uno spiacevole contrasto con una pattuglia di dragoni ducali detti prèposés (termine usato in queste zone per designare le guardie confinarie).
All’epoca il territorio di Albareto era punto di incontro per i confini di ben tre stati: il Regno di Sardegna, il Ducato di Parma e Piacenza e il Granducato di Toscana. Questa condizione favoriva particolarmente i traffici che tuttavia, a causa della varietà delle leggi e dei dazi, finivano per incorrere facilmente in una serie di tasse e gabelle che ne riducevano consistentemente i margini di guadagno. A questo si aggiunga l’arroganza e la prepotenza con cui si accompagnavano le operazioni delle guardie ducali per capire quale fosse lo stato di tensione fra loro e gli uomini di Albareto spesso ingiustamente considerati alla stregua di contrabbandieri.
Fu appunto in uno di questi contrasti che Domenico Bosi si dovette difendere passando alle vie di fatto con i dragoni. Come conseguenza di questo episodio subì una reazione particolarmente dura da parte della polizia ducale. Questa reazione era motivata anche dalla popolarità del sindaco che poteva divenire un caso esemplare nelle controversie fra i valligiani e le autorità ducali. I dragoni fecero frequenti incursioni a casa sua ma, grazie al favore della popolazione ed alla sua astuzia (in casa aveva persino una stanza segreta, mai scoperta, in poteva nascondersi), riuscì, per diversi anni, a fuggire all’arresto.
Fu durante questa sua avventurosa latitanza che gli occorse un fatto poi rimasto famoso. Durante una notte, mentre si spostava da casa sua, nei pressi dei Grossi di Albareto (poi case Bosini), alla Costa si trovò a passare al di sotto del sasso della Traversagna. Questo macigno di dimensioni ciclopiche era abbarbicato alle pendici del monte Schieggia da numerose generazioni e non aveva mai dato segni di cedimento. Quella notte, proprio mentre Domenico transitava sotto la roccia, si udì un fragore assordante. La mastodontica pietra precipitò, schiantando castagni secolari come fuscelli e piantandosi solidamente nel mezzo del corso del rio Ruffinale (o della Ruffinata) dove è possibile vederla tuttora. Domenico, scampato per miracolo alla morte, rimase così impressionato dalla sua avventura da incanutire precocemente.
Per quanto riguarda la sua vertenza con la giustizia ducale sappiamo che non sfuggì per sempre alla caccia dei dragoni. Non potendolo prendere né con la forza né con l’astuzia dovettero far leva sul suo affetto per un parente in punto di morte. Nel 1848 un suo zio, Don Giuseppe Carlo Bosi, si trovava in fin di vita (morì infatti in quell’occasione all’età di 80 anni). Domenico, a rischio della cattura, decise di recarsi al suo capezzale. I dragoni poterono così catturarlo. Tuttavia dopo essere stato condotto a Parma trovò completa assoluzione grazie sia al credito di cui godeva presso la corte che all’intervento del generale Degenfeld governatore provvisorio del ducato di Parma.
Tornato ad Albareto, nella soddisfazione generale, poté così riprendere la sua attività sia di politico che d’uomo d’affari. Sappiamo fu rieletto Sindaco sotto Vittorio Emanuele II, nel 1867-69.
Un altro episodio che lo vide protagonista fu la famosa rivolta che gli uomini di Albareto fecero contro la tassa sul macinato. Quando la povera gente di Albareto venne a conoscenza di questo nuovo e pesante onere si coalizzò e si recò, armata di picche e strumenti di lavoro, al Municipio di Borgotaro per protestare vivacemente contro l’imposizione. Sembra che la protesta stesse per assumere risvolti drammatici quando venne richiesto l’intervento di Domenico. Egli parlò ai rivoltosi dal balcone del Municipio e riuscì a far sbollire gli animi e a placare la situazione. Morì nel 1873 all’età di 64 anni.
La sua vita familiare fu piuttosto travagliata. Il figlio primogenito Tarquinio (1842-1873) decise di sposare, contro la volontà del padre, una ragazza di S.Quirico, Margherita Zecca (1847-1908). Domenico, che forse sperava in un matrimonio finanziariamente più vantaggioso, si oppose decisamente. Il figlio, altrettanto deciso a non rinunciare ai propri sentimenti, non volle sentir ragioni. Di fronte all’ intransigenza dei due il padre della sposa, per calmare le acque, decise di inviare la figlia Margherita a Marsiglia presso dei parenti. Tarquinio, pur senza nessun appoggio e non disdegnando di dedicarsi a lavori anche umili (era Segretario Comunale ad Albareto), la seguì contro la volontà paterna nella città francese dove, per qualche mese, si mantenne facendo il muratore. Di fronte a tanta ostinazione la famiglia di lei richiamò la figlia e li lasciò sposare. Domenico non riconobbe mai questo matrimonio e diseredò quasi completamente il figlio. Negli anni successivi, in cui Tarquinio si distinse nella cura dei colerosi sia a S.Quirico che a Napoli ottenendo una medaglia di bronzo al valore civile, vi fu probabilmente una riconciliazione con la famiglia, forse con la madre. Sfortunatamente nel 1873, quando Domenico era ormai prossimo alla morte, Tarquinio, già sofferente per aver contratto il tifo, dovette recarsi, insieme colla madre, in visita alle proprietà paterne di Collecchio. A causa del viaggio Tarquinio, prossimo a essere padre, ebbe una ricaduta fatale e morì in totale disgrazia. A riprova del perdono che il padre non volle concedergli è rimasto il manifesto funebre in cui, volutamente, la famiglia Bosi non accettò di fare alcuna menzione alla moglie del defunto.
CASA ORIGINARIA DEI Bosi.
La famiglia Bosi compare per la prima volta su un documento ufficiale della provincia di Parma nella prima metà del '500. Se sia giunta in quel periodo o se fosse originaria di quella zona non è sicuro anche se in proposito sono possibili alcuni curiose ipotesi.
Sia come sia nel '500 la famiglia aveva come centro l'attuale frazione di Case Bosini che all'epoca veniva chiamata Ca' de Bosio secondo il loro nome originale.
Pur godendo di una certa agiatezza la famiglia era profondamente radicata nella realtà agricola e contadina di quegli anni. La loro casa, oggi gravemente compromessa e più volte rimaneggiata, è comunque visitabile proprio alle soglie della frazione.
CASA AZZURRA (O CASA DEL GAZZO) SEC. XVIII
PERSONAGGI
In 13 generazioni e numerosi rami familiari è inevitabile che qualcuno si manifesti in modo particolarmente evidente. Questo non significa affatto che le altre persone non siano state importanti e che ognuno non abbia giocato la propria parte nel comporre l'affresco che è la vita. Tuttavia alcune persone sono state in grado, in positivo o in negativo, di incarnare le asprezze, le vicissitudini di una data epoca. E' ovvio che la scelta, di includere o meno una data persona in questa lista, è altamente opinabile e va pertanto presa per un semplice incoraggiamento ad approfondire la conoscenza di tutte le persone nel suo insieme.
Ecco, in ogni caso, una lista di persone formidabili:
• Domenico Bosi (Sindaco da Maria Luigia all'unità d'Italia, sec. XIX)
• Luigi Luccheni (Anarchico e uccisore dell'imperatrice Sissi, primi '900)
• Angela Gotelli (Onorevole per 3 legislature e membro della costituente)
• Don Stefano Bosio (Rettore della Parrocchia di Albareto nel sec. XVIII)
• Eugenio Manzotti (inventore di macchine fotografiche ai primi del '900)
• Fernando Manzotti (storico)
• Santa Gandolfi (madre di 22 figli, sec. XIX)
• Domenico Gotelli (Dottore emerito, primi '900)
• Suor Rita Bosi (forse santa, fine '800)
• Simone De Bosio (fondatore della famiglia Bosi, sec. XVI)